Chitarre e adrenalina, synth e serotonina, bassi pulsanti e nervi tesi, mentre “Contortion”, con le sue sonorità incisive – a metà strada tra post-punk e techno – esplode, con tutta la sua energia, e mette, da subito, le cose in chiaro: non c’è pace, solo vuote menzogne ed ipocrisia a buon mercato.
E visto, allora, che nessuno potrà mai trovarla, questa dannata pace, meglio non assecondare il sistema, meglio non fidarsi delle sue promesse e lasciare che le menti, i cuori ed i corpi si muovano verso il dancefloor, verso tutto ciò che può renderci liberi e quindi felici, tenendo, però, sempre presente che ci sarà chi tenterà di metterci in cattiva luce, di renderci la vita difficile e di opprimere e limitare i nostri istinti più genuini, naturali e veritieri.
Ed eccole, dunque, le ombre darkeggianti che ci attendono al varco, con le loro trame industriali ed ipnotiche; “No Fun”, anch’essa oscura e penetrante, serve proprio a questo: a rammentarci di quanti sono gli stronzi che occupano posizioni di prestigio, di comando, di controllo o di potere e che rendono ostica l’esistenza delle persone più sole, più indifese, più fragili.
Svegliamoci, perché se fossimo in grado di prendere – tutti – consapevolezza di quello che abbiamo attorno e di chi sono quelli ai quali abbiamo affidato il nostro futuro, allora il mondo potrebbe davvero cambiare e potremmo uscire, finalmente, dal pessimo film nel quale siamo stati intrappolati: “Crash”, infatti, non è una accattivante canzone aliena, ma è qualcosa di assolutamente concreto e reale, qualcosa che entra nella carne, nelle ossa ed arriva fino in fondo, laddove nascondiamo i sentimenti che ci rendono ancora umani, ancora eccezionali, ancora vivi.
“Push” resta un disco onesto e toccante, un disco che trova la sua compattezza melodica nelle idee e nelle sensibilità umane che lo hanno generato, in quell’attitudine punk che viene da lontano, ma che non resta vincolata ad un remoto passato e che preferisce scontrarsi con gli umori contraddittori della attuale modernità, con le sue disfunzioni tecnologiche, con i suoi peggiori incubi mediatici che prendono forma dinanzi ai nostri occhi. Occhi che, oramai, non possono essere più increduli, né a Los Angeles, né altrove: su una barca in mezzo al mare, in una prigione quotidiana di grigiore, fatica e cemento o in una delle fameliche narrazioni con cui ci vogliono farci sbattere nelle nostre vite di merda e tenerci proni ai loro sporchi e bellicosi giochi di potere.
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